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Intervista a Elisabetta Pozzi

Come si è avvicinata al mondo del teatro?

Nel mondo del teatro, praticamente, ci sono nata. Ho iniziato da piccola con la danza, come spesso accade nelle migliori famiglie italiane e dopo, siccome  i miei genitori mi portavano a vedere spettacoli anche di Goldoni o Brecht, quasi naturalmente mi sono innamorata del gioco del teatro: questi  grandi attori che sul palco mi sembravano degli dei irraggiungibili, persone che per me non erano di questo mondo. Poi li conoscevo perché andavo nei camerini ed erano persone così normali. Era un gioco per me capire quello che succedeva tra dietro le quinte e sulla scena. Ho cominciato a desiderare di porno gratis in una relazione diversa con il teatro. Mi sono iscritta nella scuola di Genova. Allora era diverso, non facevano provini come adesso perché c’era una minore richiesta. Nel giro di poco tempo ho cominciato a fare piccoli spettacoli, ero la più giovane di tutti. Ho avuto la fortuna a 17 anni di fare un provino per “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. Mi hanno preso e il protagonista era Giorgio Albertazzi. Da quel momento ho lavorato con lui per otto anni. In quegli anni ho fatto spettacoli in cui ero protagonista. Praticamente gli anni ’80 sono stati la mia formazione, poi ho iniziato a scegliere. Fino all”80 ho anche fatto qualcosa in televisione perché facevano scelte diverse rispetto agli attori.

Quali sono stati i suoi “maestri”?

Il mio maestro è stato proprio Giorgio Albertazzi, è stato come un padre per me, si è occupato della mia formazione “intellettuale”, mi ha fatto capire che per fare teatro, in realtà, bisogna innanzitutto conoscere bene se stessi e pensare che non si può fingere sul palcoscenico ma, si mostrano parti profonde di sé con molta verità. Inoltre per arrivare ad emozionare il pubblico bisogna essere coscienti delle proprie capacità.Poi quello che esprimi non sei tu in prima persona, io potenzialmente in me posso trovare ogni tipo di carattere, posso essere una despota, un’assassina. Devo trovare la mia verità come personaggio. Non parlo di immedesimazione ma  di trovare dentro di sé il proprio modo di essere concretamente e veramente un personaggio. Sono teorie che poi ognuno deve far proprie. Albertazzi mi ha insegnato a cercare una verità di espressione, trovando la voce dei personaggi, la gestualità.

Qual è la sua ricerca per costruire un nuovo personaggio?

Penso a me, innanzitutto. Trovo in me gli spunti per fare quel personaggio che, però, mi appartengono perché io, forse, nella vita sono anche così. Nella vita vediamo che a seconda delle persone con cui stiamo, cambiamo. Quando parliamo con i genitori, ad esempio, cambiamo il tono di voce, le inflessioni, gli atteggiamenti. Noi potenzialmente possiamo essere tutto.

Tra i ruoli che ha interpretato, qual è stato il più difficile?

Il più difficile è stato il ruolo delle Tre sorelle, che ho fatto con un regista cecoslovacco Otomar Kreija nella prima versione. Era un ruolo che io non riuscivo a capire e lui mi aiutò. E’ stato il primo regista che mi fece capire come usare mezzi che io non avrei mai adoperato, ad esempio a non collegare per forza al carattere tenero la voce alta. Da sola non ce l’avrei mai fatta. In questo senso non ci sono scuole, ma solo l’esperienza con grandi porno.

Eugenio Barba ha detto che il lavoro dell’attore è fatto di “passione, solitudine e mestiere”. Lei cosa ne pensa?

Penso che abbia ragione, nel senso che la passione è alla base, soprattutto per un attore che cerca di lavorare in teatro. Nel cinema ci sono tempi diversi a livello di preparazione. Invece il teatro necessita di una grande costanza è questo può succedere soltanto con una grande passione perché non diventi ricco, puoi avere notorietà ma è comunque molto limitata. La solitudine per un attore è concentrazione e ascolto di sé, non la vedo come un fatto negativo ma come un privilegio.

In Maria Stuarda lei cambia continuamente il ruolo in scena. Come vive questi passaggi?

Se noi dobbiamo essere in grado di esprimere un mondo umano a 360°, allora si può fare. Basta pensare, non è difficile. Tu pensi ad una situazione in cui sei chiusa in un carcere con una regina che ami. Poi sei in una reggia. Ovviamente bisogna studiare, non è così automatico ma, se pensi, crei la struttura affinché il tuo pensiero si tramuti in una gestualità, in una espressività diversa. Se il pensiero è vivo la gente lo capisce e me ne rendo conto perché sento quello che succede, basta che faccio una piccola cosa. Certo bisogna imparare ad usare la voce in un certo modo, a creare pause, non è facile ma quando così si arriva ad un’esistenza del personaggio.

Ho notato che i suoi personaggi hanno una gestualità molto semplice e precisa…

Per me è importante l’essenziale, non sopporto la recitazione retorica. Siamo in un mondo in cui tutto sembra recitato, rappresentato. Mi piace  fare cose precise,semplici. Anche perché ad un certo punto questo tipo di recitazione diventa una sorta di cantilena e il pubblico non segue più.

Un consiglio per chi inizia ora a fare teatro?

Affidarsi a persone di cui si ha stima, andare a teatro a vedere gli attori, capire che cosa ti piace e che cosa non ti piace e perché. Oggi a teatro si vedono tante cose non necessarie. E’ come quando leggi un libro e senti che è stato scritto per una necessità profonda o, al contrario, senti che sono soltanto parole a vuoto. Anche per il teatro è così. Ci sono tanti gruppi giovanissimi che non hanno un livello da professionisti ma hanno la forte necessità di fare teatro e questo si sente. Bisognerebbe riuscire a mantenere, da grandi, questa necessità. Cerco di avere accanto persone che la pensino così perché, per me, è importante mantenere questa ingenuità, questo entusiasmo e questa voglia di emozionare.