Blog personale dedicato a cinema e teatro.
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Intervista a Maria Rosaria Omaggio

La sua carriera d’attrice è ricca di esperienze diverse, ma tra Cinema, teatro e televisione, a cosa sente di essere più legata?

Io ho voluto fare l’attrice e non credo che questo mestiere cambi sostanzialmente tra cinema, teatro e televisione.Ultimamente sono stata protagonista di un originale radiofonico per radio rai, “Una storia in giallo” un progetto molto interessante al quale hanno già partecipato anche Gabriele Lavia, Giulio Scarpati e Pamele Villoresi e molti altri, ed interpreto Anastasia Romanoff, anche la bella radio è una bella esperienza per un attore xxx.Dire che una sola cosa mi abbia formato più di un’altra, non sarebbe esatto. Ho potuto apprendere le varie tecniche ed il differente modo di costruire un personaggio e far passare a attraverso ogni mezzo specifico l’emozione.La gestualità teatrale, ad esempio, è diversa da quella cinematografica. Quando cominciai a fare spettacolo era abbastanza desueto che un attore passasse, come ho fatto io, da uno sceneggiato televisivo, ad un Goldoni a teatro, o alla partecipazione allo show  del sabato sera. Diciamo che sono contenta di aver fatto da apri pista per i colleghi di oggi.

Lei è una delle nostre attrici più apprezzate all’estero, ma per gli attori italiani è sempre più difficile. Farsi conoscere al di fuori del nostro paese, perché secondo lei?

Sin da piccola parlavo già francese ed inglese, e poi ho imparato anche lo spagnolo, e naturalmente, la padronanza di tre lingue straniere mi ha aiutata ad avere dei contatti all’estero, e a poter dare un seguito a questi incontri. Perché, se sono stata segnalata dagli italiani, in coproduzioni straniere, poi sono stata  richiamata direttamente dai registi stranieri con i quali ho lavorato.Ed ho avuto la fortuna di lavorare con grandi registi quali Serge Nicolaescu e Vincente Escriva.Oggi siamo di fronte ad un Europa  che si sta formando, e quindi nelle coproduzioni conta molto qual è l’apporto di  ogni paese.Quindi non si viene scelti direttamente dal regista, che attraverso l’attore  vuole stabilire una coproduzione, ma dalla produzione. Ma comunque, anche oggi, alla base del lavoro all’estero, c’è comunque la confidenza con le lingue.

Tra i ruoli del teatrante, oltre quello dell’attrice naturalmente, quale le piacerebbe sperimentare?

Io credo di essere pronta per la regia, non solo teatrale, come fanno molti miei colleghe come la Villoresi o la Degli Esposti. In teatro  ancora più che al cinema, dove bisogna scontrarsi con un lato puramente tecnico, quando si ha una conoscenza vera della scena, della gestualità  ed un idea per raccontare una storia è facile che in un attore  nasca il desiderio di occuparsi della regia. Io adesso prenderò parte  ad una commedia, “Safari”scritta da Atonia Brancati con la regia  di Anna Proclemer e sono contentissima di questo perché per me  vuol dire  scoprire un bagaglio immenso di porno italiano, di una grande interprete che è stata diretta da grandi registi. Ma mi piacerebbe  anche diventare autrice,  ho scritto cinque libri, soggetti cinematografici, e programmi radiofonici, ma non  mi sono mai cimentata  con un testo teatrale, ma mai dire mai.

Quale consiglio dà ai giovani che vorrebbero intraprendere il suo lavoro?

Di solito la prima domanda che faccio è se vogliono fare gli attori o diventare personaggi, che sono due cose differenti, una è una professione e l’altra una vetrina.Il mio consiglio è di lavorare e di studiare se si vuole fare gli attori, e di tentare di fare le veline o il “grande fratello” se si vuole diventare personaggi! E poi dico  sempre ai giovani, che questo mestiere non è tutto rose e fiori, io ricordo che sono andata in scena anche quando mia madre stava per morire.

Cosa manca, secondo lei,  al cinema e alla televisione in Italia?

Spesso è la libertà di espressione, perché è molto difficile che un autore, in tutti i sensi, e per autore intendo dire un interprete, un regista, uno scrittore, possa realizzare il proprio lavoro in autonomia dai percorsi di sovvenzione che dagli esercenti, i proprietari dei teatri e le distribuzioni, quindi purtroppo, quello che manca è la libertà.

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Intervista a Elisabetta Pozzi

Come si è avvicinata al mondo del teatro?

Nel mondo del teatro, praticamente, ci sono nata. Ho iniziato da piccola con la danza, come spesso accade nelle migliori famiglie italiane e dopo, siccome  i miei genitori mi portavano a vedere spettacoli anche di Goldoni o Brecht, quasi naturalmente mi sono innamorata del gioco del teatro: questi  grandi attori che sul palco mi sembravano degli dei irraggiungibili, persone che per me non erano di questo mondo. Poi li conoscevo perché andavo nei camerini ed erano persone così normali. Era un gioco per me capire quello che succedeva tra dietro le quinte e sulla scena. Ho cominciato a desiderare di porno gratis in una relazione diversa con il teatro. Mi sono iscritta nella scuola di Genova. Allora era diverso, non facevano provini come adesso perché c’era una minore richiesta. Nel giro di poco tempo ho cominciato a fare piccoli spettacoli, ero la più giovane di tutti. Ho avuto la fortuna a 17 anni di fare un provino per “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. Mi hanno preso e il protagonista era Giorgio Albertazzi. Da quel momento ho lavorato con lui per otto anni. In quegli anni ho fatto spettacoli in cui ero protagonista. Praticamente gli anni ’80 sono stati la mia formazione, poi ho iniziato a scegliere. Fino all”80 ho anche fatto qualcosa in televisione perché facevano scelte diverse rispetto agli attori.

Quali sono stati i suoi “maestri”?

Il mio maestro è stato proprio Giorgio Albertazzi, è stato come un padre per me, si è occupato della mia formazione “intellettuale”, mi ha fatto capire che per fare teatro, in realtà, bisogna innanzitutto conoscere bene se stessi e pensare che non si può fingere sul palcoscenico ma, si mostrano parti profonde di sé con molta verità. Inoltre per arrivare ad emozionare il pubblico bisogna essere coscienti delle proprie capacità.Poi quello che esprimi non sei tu in prima persona, io potenzialmente in me posso trovare ogni tipo di carattere, posso essere una despota, un’assassina. Devo trovare la mia verità come personaggio. Non parlo di immedesimazione ma  di trovare dentro di sé il proprio modo di essere concretamente e veramente un personaggio. Sono teorie che poi ognuno deve far proprie. Albertazzi mi ha insegnato a cercare una verità di espressione, trovando la voce dei personaggi, la gestualità.

Qual è la sua ricerca per costruire un nuovo personaggio?

Penso a me, innanzitutto. Trovo in me gli spunti per fare quel personaggio che, però, mi appartengono perché io, forse, nella vita sono anche così. Nella vita vediamo che a seconda delle persone con cui stiamo, cambiamo. Quando parliamo con i genitori, ad esempio, cambiamo il tono di voce, le inflessioni, gli atteggiamenti. Noi potenzialmente possiamo essere tutto.

Tra i ruoli che ha interpretato, qual è stato il più difficile?

Il più difficile è stato il ruolo delle Tre sorelle, che ho fatto con un regista cecoslovacco Otomar Kreija nella prima versione. Era un ruolo che io non riuscivo a capire e lui mi aiutò. E’ stato il primo regista che mi fece capire come usare mezzi che io non avrei mai adoperato, ad esempio a non collegare per forza al carattere tenero la voce alta. Da sola non ce l’avrei mai fatta. In questo senso non ci sono scuole, ma solo l’esperienza con grandi porno.

Eugenio Barba ha detto che il lavoro dell’attore è fatto di “passione, solitudine e mestiere”. Lei cosa ne pensa?

Penso che abbia ragione, nel senso che la passione è alla base, soprattutto per un attore che cerca di lavorare in teatro. Nel cinema ci sono tempi diversi a livello di preparazione. Invece il teatro necessita di una grande costanza è questo può succedere soltanto con una grande passione perché non diventi ricco, puoi avere notorietà ma è comunque molto limitata. La solitudine per un attore è concentrazione e ascolto di sé, non la vedo come un fatto negativo ma come un privilegio.

In Maria Stuarda lei cambia continuamente il ruolo in scena. Come vive questi passaggi?

Se noi dobbiamo essere in grado di esprimere un mondo umano a 360°, allora si può fare. Basta pensare, non è difficile. Tu pensi ad una situazione in cui sei chiusa in un carcere con una regina che ami. Poi sei in una reggia. Ovviamente bisogna studiare, non è così automatico ma, se pensi, crei la struttura affinché il tuo pensiero si tramuti in una gestualità, in una espressività diversa. Se il pensiero è vivo la gente lo capisce e me ne rendo conto perché sento quello che succede, basta che faccio una piccola cosa. Certo bisogna imparare ad usare la voce in un certo modo, a creare pause, non è facile ma quando così si arriva ad un’esistenza del personaggio.

Ho notato che i suoi personaggi hanno una gestualità molto semplice e precisa…

Per me è importante l’essenziale, non sopporto la recitazione retorica. Siamo in un mondo in cui tutto sembra recitato, rappresentato. Mi piace  fare cose precise,semplici. Anche perché ad un certo punto questo tipo di recitazione diventa una sorta di cantilena e il pubblico non segue più.

Un consiglio per chi inizia ora a fare teatro?

Affidarsi a persone di cui si ha stima, andare a teatro a vedere gli attori, capire che cosa ti piace e che cosa non ti piace e perché. Oggi a teatro si vedono tante cose non necessarie. E’ come quando leggi un libro e senti che è stato scritto per una necessità profonda o, al contrario, senti che sono soltanto parole a vuoto. Anche per il teatro è così. Ci sono tanti gruppi giovanissimi che non hanno un livello da professionisti ma hanno la forte necessità di fare teatro e questo si sente. Bisognerebbe riuscire a mantenere, da grandi, questa necessità. Cerco di avere accanto persone che la pensino così perché, per me, è importante mantenere questa ingenuità, questo entusiasmo e questa voglia di emozionare.